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La radiazione spaziale che investe gli astronauti aumenta l’insorgenza di malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer

Radiazione-Cosmica

Ogni secondo il nostro pianeta viene letteralmente bombardato da miliardi di nano-particelle, alcune delle quali radioattive, che vengono bloccate dalla nostra atmosfera e dal campo magnetico terrestre. Ma gli astronauti non dispongono di questa enorme barriera protettiva che possa difenderli.

Un nuovo studio pubblicato lo scorso trenta dicembre all’interno della rivista Plos One ha dimostrato che le radiazioni cosmiche che investono gli astronauti in missione potrebbero aumentare le probabilità di insorgenza di malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer.

Da tempo è noto che l’esposizione alle radiazioni nello spazio possa provocare problemi come il cancro, ma questo studio dimostra che una possibile missione su Marte, ad esempio, potrebbe provocare gravi problemi cognitivi e cerebrali, accelerando quelle che sono le metamorfosi strutturali del cervello che si associano all’Alzheimer. Le tute a disposizione possono efficacemente contrastare le radiazioni provenienti dal Sole e le relative particelle a base di idrogeno, ma nello spazio non è solo la nostra stella l’unica sorgente radioattiva. Esiste una radiazione cosmica di fondo, proveniente dagli angoli più remoti dell’universo, che si attesta su livelli minori, ma che una lunga esposizione potrebbe rendere letale. Questo tipo di notizia è seguita con interesse dalla Nasa che sta progettando alcune missioni nello spazio, anche di lunga durata.

Un viaggio verso Marte, programmato per il 2035, richiederebbe infatti, con gli attuali mezzi a disposizione, circa tre anni per l’andata ed il ritorno ed in base agli studi appena pubblicati, oltre ai problemi cardiovascolari, muscolo-scheletrici, gli astronauti del futuro dovranno essere protetti anche dai disturbi neuro-degenerativi. La ricerca, condotta dal team di ricercatori guidato da Kerry O’Bannion, professore del Dipartimento di Neurobiologia e Anatomia nell’Università di Rochester, si è basata sugli effetti di una particolare forma di radiazione definita “particelle ad alta massa e alta carica”, sintetizzata HZE. Le particelle HZE sono espulse dagli astri morenti che esplodono e viaggiano a velocità altissime, penetrando pareti e protezioni varie dei veicoli spaziali. Le particelle di ferro HZE, ad esempio, impattano in maniera molto violenta ed è difficile pensare ad una protezione efficace con le tecnologie a disposizione. L’unica alternativa, ma poco realizzabile, sarebbe quella di rivestire la navicella spaziale con uno spesso strato di piombo o con uno di cemento armato spesso almeno un metro e ottanta centimetri. Le ricerche, condotte sui topi, hanno evidenziato che le piccole cavie, esposte a lungo a radiazioni simili a quelle cosmiche, mostrano una probabilità maggiore di fallire nella ricerca di un luogo memorizzato o familiare. I topi mostrano inoltre un accumulo maggiore di amiloide-beta con la relativa formazione delle placche proteiche, caratteristiche del morbo di Alzheimer. Lo studio, finanziato dalla Nasa, è stato realizzato grazie anche a Jacqueline Williams, John Olschowka, Jeffrey Frost, Bin Liu e Cynthia Lemere, dottori di ricerca della Harvard Medical School e dell’URMC.

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